In modo più serio: sono convinto che, quando si legge un libro che si percepisce come straordinariamente bello, (ricco, pregnante, profondo) qualcosa dentro di noi cambia.
Ho pensato a quali sono stati, nella mia vita, i libri che hanno sconvolto l’ordine mentale dei miei gusti letterari e della mia esperienza personale; l’argomento è complesso: sarà tema che svolgerò nei prossimi “post”.
Ritorno alla “Trilogia della città di K.” di Agota Kristof.
Il mio giudizio è che sia una delle cose di contenuto più profondo che mi sia capitato di leggere. Anche triste, anche duro, anche tagliente, anche semplice, anche appassionante, anche sentimentale, anche violento, anche divertente e buffo. La mia opinione è che sia stato scritto con una capacità stilistica eccelsa: vale la pena di leggerlo solo per questo. - La prima lettura la si fa quasi senza interruzione: moltissimi concordano che è quasi impossibile abbandonarlo prima di averlo concluso e si è trascinati dalla voglia di finirlo il più presto possibile; il libro è di 384 pagine, pochi hanno testimoniato di averci messo più di una settimana a leggerlo, tantissimi molto meno.
- Dopo si deve metabolizzare; può passare del tempo prima di leggere qualche altra cosa, perché verrà spontaneo pensare alla difficoltà per trovare, presto, una lettura, che anche solo si avvicini, a tale livello.
- Poi si deve elaborare i contenuti che abbiamo letto; ne segno alcuni: il sentimento di fraternità, la pace e la guerra, la morte, la carne, lo scrivere, la cura di se e degli altri, la nascita - l’infanzia – l’adolescenza – la vecchiaia, il confine, i generi maschile e femminile, l’accudimento, la violenza, la solitudine, la sottomissione, la libertà, ecc.
- In seguito si deve riflettere sulla scrittura, sulla narrazione che è svolta in tre stili diversi, con periodi asciutti e stringati, frutto di una capacità di scavare inimmaginabile: si ha la percezione che per arrivare a questo risultato la scrittrice abbia riempito un numero sterminato di fogli per scegliere, dopo aver valutato ogni sillaba e ogni parola del suo scrivere, meno di 400 pagine. È come se si avvertisse, in maniera tangibile, che la piccola “scultura” che abbiamo davanti sia nata dallo scolpire tutto il monte Everest, sia il frutto del ventre del monte Everest. È come se si cogliesse, epidermicamente, l’umidità prodotta da milioni di onde del mare che hanno consumato “l’isola” fino a farla diventare il levigatissimo scoglio che abbiamo davanti.
Che dire oltre:
sono profondamente grato all'autrice perché ha scritto una cosa così preziosa, un po’ meno alla Casa Editrice Einaudi che, pur avendo il grande merito di aver tradotto e pubblicato questo libro in Italia, non ha lasciato in commercio anche il volume rilegato; questa è un opera talmente preziosa che mi piacerebbe la leggessero anche i nipoti dei miei nipoti fra cent'anni, e ho paura che l'edizione economica si deteriori.
Che dire d'altro:
da un capolavoro non si può prescindere,
dunque leggetelo (ogni tanto rileggetelo),
se amate leggere.





