giovedì 14 agosto 2008

"Trilogia della città di K." di Agota Kristof: questo libro è un vero capolavoro!

Ho da poco letto "Trilogia della città di K." di Agota Kristof, ed. Einaudi super ET, € 10,50, ed. italiana 1998-2005, p. 384:
questo libro è un vero capolavoro!




Da 49 anni leggo; raramente dei capolavori (per fortuna). La "trilogia " della Kristof è un capolavoro che ho terminato di leggere circa tre settimane fa e dal quale devo ancora riprendermi. Narcisisticamente sono felice di aver scoperto questo romanzo, immensamente bello, da solo (senza pubblicità diretta o indiretta), anche se… l’avessi conosciuto prima… Sarebbe interessante aprire una discussione su cosa si intende per capolavoro; io lo "sento", ma ogni definizione mi sembra riduttiva. Una cosa che mi è venuta in mente è che questo libro ha un po’ rimescolato le carte della classifica sui più bei romanzi che ho letto; più o meno volontariamente questo è un gioco che facciamo un po’ tutti, in ogni periodo della nostra vita. Una ulteriore riflessione mi ha portato a pensare che più che una classifica potrei istituire un premio per “la miglior lettura che ho fatto nell’anno” e per “la mia miglior lettura”: del quinquennio, del decennio, del ventennio, del trentennio, del quarantennio e del quasi cinquantennio, cioè della mia vita (ho iniziato a leggere a 6 anni, l’anno prossimo compirò 56 anni). Mi piacerebbe, confesso, veder stampato un romanzo con la fascetta: “vincitore del PREMIO ANDREA PEGGION – finalista al PREMIO ANDREA PEGGION”; oppure leggere sui giornali: «Scelta la cinquina del “PREMIO ANDREA PEGGION”», e ancora: «il romanzo “La solitudine di Pinco Pallino” scritto da Tizio de Caio, avendo ricevuto un voto, dall’unico giurato (Andrea Peggion), ha vinto il prestigioso “PREMIO ANDREA PEGGION”; la premiazione è avvenuta ieri sera presso il salone dei 500 a Firenze (già che ci siamo giochiamo in grande N.d.R.) alla presenza dell’Autore e di alcuni familiari e amici di Andrea Peggion. Intervistato il vincitore ha dichiarato: “Non credevo che nella mia carriera letteraria sarei arrivato a tanto!”».

In modo più serio: sono convinto che, quando si legge un libro che si percepisce come straordinariamente bello, (ricco, pregnante, profondo) qualcosa dentro di noi cambia.

Ho pensato a quali sono stati, nella mia vita, i libri che hanno sconvolto l’ordine mentale dei miei gusti letterari e della mia esperienza personale; l’argomento è complesso: sarà tema che svolgerò nei prossimi “post”.

Ritorno alla “Trilogia della città di K.” di Agota Kristof. Il mio giudizio è che sia una delle cose di contenuto più profondo che mi sia capitato di leggere. Anche triste, anche duro, anche tagliente, anche semplice, anche appassionante, anche sentimentale, anche violento, anche divertente e buffo. La mia opinione è che sia stato scritto con una capacità stilistica eccelsa: vale la pena di leggerlo solo per questo.
  • La prima lettura la si fa quasi senza interruzione: moltissimi concordano che è quasi impossibile abbandonarlo prima di averlo concluso e si è trascinati dalla voglia di finirlo il più presto possibile; il libro è di 384 pagine, pochi hanno testimoniato di averci messo più di una settimana a leggerlo, tantissimi molto meno.
  • Dopo si deve metabolizzare; può passare del tempo prima di leggere qualche altra cosa, perché verrà spontaneo pensare alla difficoltà per trovare, presto, una lettura, che anche solo si avvicini, a tale livello.
  • Poi si deve elaborare i contenuti che abbiamo letto; ne segno alcuni: il sentimento di fraternità, la pace e la guerra, la morte, la carne, lo scrivere, la cura di se e degli altri, la nascita - l’infanzia – l’adolescenza – la vecchiaia, il confine, i generi maschile e femminile, l’accudimento, la violenza, la solitudine, la sottomissione, la libertà, ecc.
  • In seguito si deve riflettere sulla scrittura, sulla narrazione che è svolta in tre stili diversi, con periodi asciutti e stringati, frutto di una capacità di scavare inimmaginabile: si ha la percezione che per arrivare a questo risultato la scrittrice abbia riempito un numero sterminato di fogli per scegliere, dopo aver valutato ogni sillaba e ogni parola del suo scrivere, meno di 400 pagine. È come se si avvertisse, in maniera tangibile, che la piccola “scultura” che abbiamo davanti sia nata dallo scolpire tutto il monte Everest, sia il frutto del ventre del monte Everest. È come se si cogliesse, epidermicamente, l’umidità prodotta da milioni di onde del mare che hanno consumato “l’isola” fino a farla diventare il levigatissimo scoglio che abbiamo davanti.
La storia gira intorno ad un piccolo paese di confine, i pochi personaggi vivono tre volte la propria vita. Il tempo è quello della seconda guerra e degli anni successivi fino quasi ai giorni nostri. Tempo e luogo sono comunque accessori rispetto alle vite delle persone narrate. Il resto va scoperto da soli.
Il resto scopre nascoste parti di noi e del nostro prossimo:
non è forse questo il più alto compito della narrazione?

Che dire oltre:


sono profondamente grato all'autrice perché ha scritto una cosa così preziosa, un po’ meno alla Casa Editrice Einaudi che, pur avendo il grande merito di aver tradotto e pubblicato questo libro in Italia, non ha lasciato in commercio anche il volume rilegato; questa è un opera talmente preziosa che mi piacerebbe la leggessero anche i nipoti dei miei nipoti fra cent'anni, e ho paura che l'edizione economica si deteriori.


Che dire d'altro:

da un capolavoro non si può prescindere,

dunque leggetelo (ogni tanto rileggetelo),

se amate leggere.

lunedì 21 luglio 2008

La sventurata rispose...

Innanzi tutto un modesto omaggio a Grazia Verasani:

http://www.graziaverasani.it/ e al suo bel romanzo “Tutto il freddo che ho perso”, Feltrinelli 2008, DA NON PERDERE!


La poesia ha a che fare con il romanzo e, ora che ci penso, molto più che con qualsiasi altro romanzo.

Gelando

di Suzanne Vega

Se tu non avessi nome

se tu non avessi storia

se tu non avessi libri

se tu non avessi famiglia

se fossi tu sola

nuda sull'erba

cosa avresti allora?

Questo mi chiese

e io gli dissi: Non sono sicura

ma forse avrei

freddo

e ora sto gelando

gelando

(tratto da Songs from Liquid Days di Philip Glass in Suzanne Vega, "solitude standing", traduzione di Valerio Piccolo, minimum fax)

La gentilezza di Grazia Verasani e la sua pazienza ha fatto si che essa abbia risposto alla mia lettera, dunque, costato che il lancio di questa sezione “lettere agli scrittori” parte bene, anche troppo.

Come ho fatto per la mia missiva pubblico (col suo permesso) anche la sua risposta e le successive due lettere che ci siamo inviati.

Per capire chi è lei si deve leggere i suoi romanzi, impropriamente definiti di genere noir, per sentirla, ed è un’esperienza che vi invito caldamente a fare, abbiamo la sua “presentazione” alla trasmissione “Fahrenheit - ne “il libro del giorno del 15 luglio 2008 - Grazia Verasani, Tutto il freddo che ho preso , Feltrinelli”

http://www.radio.rai.it/podcast/A0029847.mp3

A Grazia ho scritto ieri 20 Luglio il testo lo trovate nel post precedente.

Oggi 21 luglio mi ha risposto con queste parole:


« Gentilissimo Andrea,

la sua è una di quelle lettere che riempiono di gioia un'autrice che lotta sempre con la propria autostima!

la ringrazio davvero per le sue parole calde e incoraggianti, e condivido la sua riflessione sull'acqua e sulla semplicità. Ho amato io stessa i libri che lei cita...

Non mi stupisce che sua moglie si chiami Cantini, sapevo di utilizzare un cognome toscano!

Sono affrancata dalla generosità con cui ha accolto Tutto il freddo, un romanzo nato in un momento difficile e che sento molto...

grazie ancora, di cuore

grazia»


NON HO RESISTITO: gli ho scritto di nuovo:

- Gentile Grazia,

la ringrazio per l'immediata risposta.

Anche noi lettori abbiamo bisogno di gratificazioni (per quanto... avere persone che scrivono libri per noi, è già un grosso dono).

Mi permetto di condividere con lei il dialogo che copio qui sotto, tratto dal film "La cena" di E. Scola.

Ciò non per il banale gioco di parole che si potrebbe fare sul suo nome (che dovrei dire io del mio cognome?!) ma perché, mi permetta: GRAZIA è proprio ciò che infonde.

Fanny Ardant – (…) Sono io che debbo qualcosa a lei.

Vittorio GassmanDica, dica, mi piace riscuotere.

F. A.Quando gli uomini parlano ad una donna si vergognano di mostrare una qualità che pensano sia solo femminile: la grazia. Alcuni di voialtri non se ne vergognano, ma siete pochini.

V. G.Grazie a nome di noialtri.

F. A.Prego a nome di noialtre.

Dal film “La cena” di Ettore Scola,

Sceneggiatura di: Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli, Ettore Scola, Silvia Scola

Dialogo fra Fanny Ardant, che è Flora, la malinconica proprietaria del ristorante e Vittorio Gassman, che è Pezzullo, solitario maestro in pensione.


Proseguendo il "gioco" sui cognomi, da parte di madre, io mi chiamo Cecchi, mia moglie Fagarazzi.Io sono tosco/padovano mia moglie Tosco/istriana.Cantini è un cognome piuttosto diffuso nel Mugello.

Peggion sembra provenga da quella cittadina padovana, San Giorgio delle Pertiche, in questi giorni, purtroppo, famosa perché vi abitava quella povera ragazza uccisa in Spagna. Ho letto che vi vivono circa 20 famiglie Peggion, mentre in tutta Italia ce ne sono una sessantina in totale, che abitano sopratutto in grandi città: Milano, Roma, Firenze, ecc. - evidentemente famiglie emigrate.

In ultimo, mi permetta di chiederle una cortesia: quella di avere il permesso di "pubblicare" la sua risposta, in un, appena nato e sconosciuto, "blog" che ho redatto (…)

Mi scuso per la lunghezza dello scritto.

La saluto e la ringrazio di cuore, anche perché il suo scrivere mi ha permesso di imbattermi in una così bella persona come è lei.

Andrea Peggion

Incredibile: mi ha risposto di nuovo:

« La ringrazio anche per questo dialogo cinematografico che prendo come un omaggio :)

amando tra l'altro sia scola che gassman che l'ardant...

certo che può pubblicare la mia risposta, ci mancherebbe... e in bocca al lupo per il suo blog!

mi ha fatto divertire con la storia del suo cognome...

il mio viene spesso storpiato in varesani, versani e, una volta, in grazia vera come nome e sani di cognome...

ahimè...

la saluto con affetto, ogni autore vorrebbe un lettore come lei!

grazia »


Non voglio rompere l’incantesimo e non gli scriverò che anch’io sono spinto a storpiature non del suo nome ma del titolo di questo romanzo: mi viene da citarlo come: “tutto il freddo che ho perso”

Che dire altro: ognuno vorrebbe avere una scrittrice che ama, come Grazia Verasani



domenica 20 luglio 2008

Lettere agli scrittori: Grazia Verasani

Dear Grace,
complimenti sinceri per il bel romanzo "Tutto il freddo..." che ho da poco letto d’un fiato e che sicuramente regalerò, consiglierò, presterò (dunque ricomprerò).

La storia che racconta è semplice, narrata in modo particorarmente scorrevole, ma non troppo lienare per sua bravura; la storia è triste e molto tagliente.

Anche la vita in molti momenti lo è.


La “semplicità” ritengo sia un pregio che raramente è ben espresso in letteratura. È semplice il Cassola di “paura e tristezza”, è semplice “ieri” di Agota Kristof è semplice “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, per citare tre splendidi romanzi che sono rimasti con me: più di un ricordo, come una cicatrice. Insomma lei per me ha scritto un romanzo a quei livelli e siccome lo ha scritto per me, voglio ringraziarla di cuore, ora che si può fare velocemente con il mezzo informatico.

La perdita, nodo centrale della trama, è nella nostra vita come l'acqua nel nostro corpo. Ovvero siamo fatti di acqua, per gran parte, e sperimentiamo perdite in quasi tutto il nostro percorso terreno.
Con sincerità le dico che avrei tenuto per me questa riconoscenza che le esprimo, se non avessi sentito il suo intervento, il 15 luglio, alla trasmissione Fahrenheit (scaricabile al seguente indirizzo internet - http://www.radio.rai.it/radio3/podcast/lista.cfm?id=274) : avevo già acquistato e letto il suo romanzo (peccato!), se no sarei corso in libreria ad acquistarlo la sera stessa (per fortuna abito a Firenze e... in 20 minuti di autobus, arrivo al centro.
Dalla trasmissione radiofonica ho (abbiamo - noi ascoltatori) avuto la possibilità di conoscere e gustare la sua simpatia, la profondità di analisi (di cui non avevo dubbi) e quella sua originale forma di "gaiezza", rara, utile, preziosa, assolutamente poco comune, non solo alla radio, ma estremamente nutritiva.


Va da sé che aspetto il suo nuovo romanzo, anche se leggerò con più attenzione i suoi precedenti lavori, che non mi avevano dato lo stesso “piacere” di “Tutto il freddo che ho preso”, chissà perchè?

Ancora grazie.
Con ribadita riconoscenza.

Andrea Peggion

P.S. Mia moglie si chiama Antonella Cantini: se si domanda perché ho cominciato a leggerla acquistando “quo vadis baby”, credo non avrà difficoltà a capirlo.

martedì 8 luglio 2008

Dal mio piccolo FARO di stelle io ne vedo...

«Per cominciare dal principio…» (– Sotto il bosco di latte - radiodramma scritto da Dylan Thomas)
“Per cominciare dal principio” è un ottimo inizio.
Dylan Thomas è (è stato) uno dei più grandi poeti britannici (era Gallese per la verità), morto nel novembre del 1953. Nello stesso mese e nello stesso anno, sono nato io, il giorno 21, ma questo non ha importanza.
Saprete certamente che Bob Dylan è lo pseudonimo di Robert Allen Zimmerman, e che è un cantautore di origini turco/ebree-lituane, nato il 24 maggio 1941 a Hibbing, Minnesota, USA.
Dylan Marlais Thomas nacque il 27 ottobre 1914 a Swansea, nel Galles, come abbiamo già scritto: figlio di David e Florence.
La città dove è nato significa “isola”, ma anche “foce del fiume”, se si segue (forse più correttamente) l’etimologia gallese.


Il 7 dicembre 1941 la marina Giappone, bombardando le Hawaii, scatena la guerra contro gli USA.
Il 4 Agosto 1914 la Gran Bretagna entra in guerra contro la Germania.
Dylan Thomas, profondamente pacifista, per evitare l’arruolamento, si presentò completamente ubriaco all’ufficio di leva e fu scartato, mori circa 14 anni dopo per cirrosi epatica.
Bob Dylan ha composto alcune fra le più belle, e note, canzoni antimilitariste nordamericane, ispirandosi, ha testimoniato, a Woody Guthrie.
Woody Guthrie fu papà di Arlo.
Arlo Guthrie è noto per aver scritto canzoni popolari e belle, per il mirabile film “Alice’s Restaurant” e per la sua partecipazione attiva al movimento antimilitarista negli anni ’60 e ’70, insieme a Bob Dylan, oltre che per aver fatto conoscere, fuori degli USA, le canzoni del padre.
Woody Guthrie, all'entrata in guerra degli USA contro la Germania e il Giappone, è imbarcato nella marina mercantile. Viene silurato e affondato 2 volte, in una delle quali approda come naufrago in Sicilia. Nel dopoguerra, durante il maccartismo, venne perseguitato per le sue idee cosìdette di “sinistra”, morì a 55 anni per una malattia ereditaria che si chiama “còrea (dal greco, danza)di Huntington”.

Si dice che internet sia metafora e specchio della “complessità, del pensare per reti concettuali e semantiche.
«Dal mio piccolo aereo [FARO, N.d.A.], di stelle io ne vedo, seguo i loro segnali e mostro le mie insegne (…)[“Lindbergh” - testo di I. Fossati – 1992]
“…E HO DETTO TUTTO!”(Totò)

Alla prossima.

Andrea Peggion

lunedì 30 giugno 2008



Vista dal faro

"Vista dal faro" è un una parafrasi di "Gita al faro" (o "Al faro" dipende dalla traduzione) famosissimo romanzo di Virginia Woolf e di "Vita al faro": sconosciuto mio raccontino in itinere.
Piano, piano, che il blog si svolgerà cercherò di spiegare meglio il legame fra questo blog e i suoi due "padrini" ovvero i tanti padri e le tanti madri che hanno queste tre piccole semplici parole.